E’ sempre più ricca e prestigiosa la “squadra” di opinionisti di DailyBasket. Da oggi, infatti, ospiteremo i contributi di un altro esperto che non necessita di lunghe prestazioni, Franco Montorro. Ex direttore di Superbasket e Giganti del Basket, in passato collaboratore – tra gli altri – del Guerin Sportivo, Montorro esporrà su DailyBasket il suo punto di vista su aspetti di basket giocato e non con la competenza e l’obiettività che ne hanno contraddistinto la carriera, fornendo spunti di discussione per appassionati e addetti ai lavori.

Homo longus rare sapiens 

C’erano periodi nei quali i giocatori di basket erano vittime di generalizzazioni. Non sempre negative, a dire il vero. Perché se c’è stato un momento in cui venivano identificati come quelli troppo alti per essere anche intelligenti; poi ce n’è stato un altro, subito successivo, che li vedeva identificati come quelli che studiavano (a confronto dei calciatori).

Franco Montorro

Parliamo degli anni dai Cinquanta ai Settanta del secolo scorso e al di là degli umori della gente comune, il dibattito aveva trovato accesso anche in ambienti giornalistici di rilievo. Vedi quel Gianni Brera che citava spesso la frase latina “Homo longus rare sapiens”, ovvero: l’uomo alto, raramente è sapiente (nel senso più ampio di intelligente). Brera era il cantore del football, che gli dava modo di spaziare in tanti altri campi diversi dalla scienza calcistica, ad esempio nella storia del nostro Paese – che amava – e dell’antropologia dei suoi abitanti – quegli italiani che adorava, al punto di segnalarne preciso i difetti nell’illusione che cambiassero – per uno sport che gli sembrava perfetto se non unico a rappresentare vizi e virtù dell’Italia.

Non amava la pallacanestro, probabilmente perché gli atleti avevano fattezze e movimenti diversi da quelli che lui prediligeva e che gli erano più vicini quando celebrava calciatori stortignaccoli e curvi, ingobbiti sul pallone, infangati e scheletrici o al contrario fin troppo pingui. Gli piaceva che da quell’accozzaglia di italioti nascesse però il bel calcio, come in un capolavoro di alta cucina che da elementi di scarto riusciva però a cavar fuori delle prelibatezze. La pallacanestro, no: non faceva per Brera e allora la buttava provocatoriamente sull’intelligenza, come se per una legge di natura un terzino dalle gambe arcuate fosse ovviamente più cerebralmente dotato di una betulla della palla al cesto. Homo longus, rare sapiens…

Sed si sapiens, sapientissimus”, aggiungeva però con ostinata malizia un altro grande del nostro giornalismo sportivo. Aldo Giordani. Non per sminuire la tesi di Brera, ma per rafforzare nella gente la convinzione che chi giocava a basket era sì alto e, sia pure minoranza – ammesso che il detto fosse vero – se intelligente, intelligentissimo.

E come detto, per un lungo periodo la figura del cestista era vista come quella del ragazzo che sapeva coniugare meglio di altri sport e studio, visto che quasi nessuno fra gli atleti di vertice abbandonava troppo precocemente le aule per le palestre ma anzi si divideva fra le une e le altre. E quando Pierluigi Marzorati, classe 1952, ancora giovane divenne il miglior playmaker d’Italia e uno fra i migliori d’Europa, i giornali non specializzati ne segnalavano spesso anche il brillante corso di studi universitari in ingegneria. Oggi “Pierlo” è titolare di uno studio di successo, nonché consulente Fiba per la realizzazione di nuovi impianti. Vuol dire che se a Kuala Lampur o a Vancouver viene realizzato un nuovo palasport, può essere chiesto a lui e al suo staff di verificarne la messa a norma secondo le direttive Fiba, appunto.

Homo longus rare sapiens. Sed si sapiens, sapientissimus…

Poi, però, esiste un altro detto, italianissimo e diffuso un po’ ovunque: altezza, mezza bellezza. Che cosa vuol dire, è semplice. La statura, di per sé è un valore aggiunto. Non basilare, ma insomma, importante, meglio se poi abbinato al portamento. E qui torna prepotentemente in gioco la pallacanestro. Meglio, la sua estetica. Perché il basket è l’unico sport che armoniosamente racchiuda in sé i tre gesti classici dell’atletica: correre, saltare, lanciare. Nessun altro sport lo fa con una simile completezza. Non il calcio, dove il lancio è affidato al piede e il numero dei salti è ridotto. Non la pallavolo, dove si salta con poca rincorsa, dove si corre il giusto e dove la palla in realtà è schiaffeggiata, più che lanciata. Altri sport non ce ne vengono a mente, semmai, tornando all’oggetto palla, l’estetica del basket è anche quella che la riguarda. Presa a calci nel football, a schiaffi nel volley, scagliata nella pallamano o nella pallanuoto, colpita a mazzate nel baseball e a racchettate nel tennis: povera palla (pallina)!

Nel basket viene armoniosamente palleggiata, passata, lanciata morbida nell’aria e volete mettere, rispetto ad esempio al calcio, l’eleganza dell’entrata nella retina e quell’ormai inudibile “ciuff” quando entra alla fine di una traiettoria morbida? Anche la schiacciata, in teoria la più violenta delle azioni cestistiche, un attimo dopo l’azione violenta evapora con la palla che rimbalza comunque dolcemente sul parquet, quasi a ringraziare di essere stata protagonista di un evento così spettacolare.

Questo è il basket, atletica applicata allo sport di squadra e con infinita eleganza di movimenti. È bellezza praticata da atleti che non possono dedicarsi a curare una sola parte, preponderante, del loro fisico e che proprio per questo rappresentano le figure ideali per uno sport di squadra, senza ipertrofie e senza grotteschi aumenti di questa o di quella parte muscolare.

In più, la pallacanestro ha un suo fascino particolare, una caratteristica importante, evidenziata anche da un fortunato libro di Malcolm Gladwell intitolato “Blink”: dove si racconta dell’importanza spesso sottovalutata dell’istinto, della decisione in un batter di ciglia. Come può accadere nella finalizzazione di un’azione cestistica. Anzi: come quasi spesso accade.

Il basket è uno sport molto tecnico e molto tattico, fino all’eccesso – ad esempio nei settori giovanili – però è uno sport che anche nella più esasperata delle azioni programmate all’infinito in allenamento prevede lo scatto di fantasia, quel clic di improvvisazione che non va ad inficiare tutto il lavoro schematico fatto in precedenza ma anzi lo valorizza. Come in un’opera d’arte: si inizia sempre seguendo un percorso già tracciato in precedenza e anche da altri, ma poi quello che fa la differenza, sia un oggetto di design, come un quadro, come una canzone, come un canestro è fatto dall’estro individuale del momento.

Bisogna essere preparati a quel momento, bisogna aver lavorato per creare quella condizione, ma poi sta tutto nell’ultima pennellata, come nella prima nota; nella piega giusta come nel movimento ideale. Nell’intuizione che segue il ragionamento e lo completa, applicazione e fantasia, gioco di squadra e colpo di genio, lavoro comune e spunto individuale, altruismo ed egoismo sano perché attivato dal lavoro preparatorio collettivo. Come a dire: suoniamo insieme, perché il tuo assolo sia preparato e riesca nel migliore dei modi. La pallacanestro è questa: altezza e bellezza. Sapienza, estetica, condivisione.

Homo longus rare sapiens? Sed si sapiens, sapientissimus!

FRANCO MONTORRO