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Homo longus rare sapiens – di Franco Montorro

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06 giugno 2012, 19:59 Dailybasket

SASSARI, ANNATA DA RICORDARE

La vera, grande differenza fra football e basket in Italia riguarda una certa dimensione. Nella serie A calcistica, lo scudetto o comunque la lotta al vertice ha sempre riguardato club di grandi città. Negli ultimi 65 anni: Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, Verona. Nello stesso periodo, nel basket le città premiate sono state sempre nove: Bologna, Cantù, Caserta, Milano, Pesaro, Roma, Siena, Treviso e Varese. In assenza o con la scomparsa ad alto livello di piazze come Bari, Firenze, Genova, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Torino, Trieste, Venezia e con i noti patemi di Milano dal 1996 per un lungo periodo e per Roma città eterna in quanto lungamente sospesa fra sogni di gloria e risvegli nella mediocrità.
Nella NBA va appena un po’ meglio, perché se consideriamo i comuni sede delle squadre che hanno vinto un titolo NBA, e restringiamo il campo agli ultimi 30 anni, l’anello è stato vinto in cinque grandi città: LA, Philadelphia, Chicago, Houston, San Antonio, Dallas.

In Europa, in quella di élite da anni non si va oltre Madrid e Barcellona, Mosca e Atene. Dopo questo giro del mondo in poche righe, piantiamo la bandierina a Sassari che fino a due-tre-quattro anni fa stava al centro del basket italiano come 2000 anni fa il villaggio di Asterix poteva stare a Roma. Insomma, estrema periferia dell’impero, sia pure decaduto come è quello della pallacanestro italiana. Oggi invece Sassari è arrivata in semifinale dopo aver bastonato la decaduta Virtus Bologna e se poi a sua volta le ha prese, di randellate, dall’illustre Siena l’eco della sua impresa è duraturo. Sassari, 131mila abitanti, contro Siena, 56mila: la 31esima città italiana per popolazione contro la 126esima e, dall’altra parte del tabellone la seconda, Milano, contro la 53esima, Pesaro.

Insomma, il basket è fatto prevalentemente di predominio provincia e non è una novità, bastava leggere i nomi delle piazze scudettate per trovare solo tre aree metropolitane e ne parlava già 30 anni fa Aldo Giordani, quando però non era un problema perché i palasport erano pieni, la Nazionale vinceva, in TV eravamo davvero il secondo sport presente per regolarità. Temi su cui tornare, ma che come in un botta e risposta da bar ci allontanano da quello che doveva essere il tema principale: Sassari, appunto.

Con un primo termine abusato, un miracolo. Con un secondo termine abusato un esempio.

Partiamo dal miracolo, che come è noto in campo religioso non accade durante ricchi balli o sfarzose regate, perché l’acqua in vino e la moltiplicazione dei pani e dei pesci non accadono fra chi pasteggia a champagne e caviale. Laicamente e fuori ogni metafora, l’impresa della Dinamo è quella di aver raggiunto risultati di eccellenza in condizioni di base difficilissime. La prima, logistica. Anche nel 2012, avere sede in Sardegna vuol dire patire disagi unici per quello che riguarda le trasferte, sempre più lunghe che per gli altri; quindi minor tempo a disposizione per recuperare e per allenarsi. Poi, l’impossibilità di allenamenti infrasettimanali con squadre di livello, che purtroppo in Sardegna non esistono. Quindi, anche se tutti negheranno, un non particolare appeal della piazza in sé, perché non è – credeteci – che al giocatore venuto dal Far West o dal Profondo Nord la storiella della Costa Smeralda ispira più di tanto.

Questo, di base unito al fatto che fino a poche stagioni fa Sassari non navigava nell’oro e la precarietà economica si rifletteva anche sulla possibilità di programmare.

Facendo di necessità virtù, di recente qualcosa è cambiato e la società ha avuto la migliore della fortuna, quella di vedere nelle caselle principali gli uomini giusti al momento giusto – da Sardara a Sacchetti e ci fermiamo a loro due senza nascondere l’elogio agli altri – in un graduale crescendo che senza bestemmiare ci ricorda molto quello del Cagliari campione d’Italia di calcio nel 1970. Non c’è (ancora) un Gigi Riva ma ci sono tanti giocatori di valore scoperti o riscoperti e portati in Sardegna. Ci sono a disposizione molti meno soldi che in altre realtà che a fine campionato sono già finite dietro in classifica.

E concludiamo con il concetto di esempio, difficile da proporre in una pallacanestro italiana che ha iniziato il suo attuale e proseguito declino nel momento in cui ha smesso di condividere idee e progetti, fino a ridurre la Lega in una società di servizi svuotata di qualsiasi significato politico (non è una parolaccia, anzi, politico: nel basket voleva dire idee e ideali, ambizioni, innovazione. Tutto fuorché adagiarsi). Sassari non è un esempio, va bene: è la conferma chissà perché troppo spesso abiurata che la pallacanestro va lasciata fare a chi se ne intende, a partire dalla palestra, provando ad ascoltare le opinioni del coach più di quelle degli agenti. E facendo gruppo, senza primedonne, andando oltre i propri limiti con la forza del collettivo e lavorando in silenzio. Parole, luoghi comuni? In parte, forse, Ma chissà se è stato un caso – o un regalo del destino – che Sassari abbia rullato nei quarti la rutilante, chiassosa, dispersiva, vanitosa, evanescente Bologna. Sulla conclusione della serie ha scritto mirabilmente Walter Fuochi su Repubblica,per una stagione della Virtus che è «iniziata correndo dietro a Kobe Bryant e finita non riuscendo ad acchiappare Manuel Vanuzzo». Sassari ha corso solo in campo e insegue solo sogni che finora è riuscita, nel suo “piccolo è bello” a raggiungere, senza mai andare fuori giri. Perché i Diener non sono Bryant o Gasol, ma sono più efficaci di Lang e Douglas Roberts, tanto per dirne due, finiti nel dubbio: sono trombette o tromboni? Trombati. Da Sassari.

FRANCO MONTORRO

 

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