Nel bel mezzo dell’All Star Weekend, ecco il consueto appuntamento con il nostro Division report, quest’oggi dedicato alla Central. Non molte le novità sostanziali da raccontare, con un equilibrio che sembra propendere sempre più verso l’appiattimento della classifica che sta caratterizzando, più in generale, tutta la Eastern Conference.

CLEVELAND CAVALIERS (38-14). Era realisticamente impensabile che l’inatteso avvicendamento in panchina sortisse un cambiamento immediato e radicale. Nè tantomeno si può affermare, al di là di qualche grave scivolone, che Cleveland avesse problemi a recitare i panni della schiacciasassi prima della promozione a Head Coach di Tyronn Lue. Anzi, a volerla dire tutta, bisogna ammettere il grande vantaggio di cui possono ora godere i Cavs rispetto all’era Blatt, ossia un Kyrie Irving tornato su livelli di forma eccezionali e capace finalmente di essere quello che più gli compete: un fattore dominante. Rispettivamente 29 e 32 nelle uscite contro New Orleans e Sacramento, 25 nella vittoria ottenuta dopo un overtime a Indianapolis e 35 contro i Lakers, nell’ultimo saluto della Quicken Loans Arena a Kobe Bryant. Con un rendimento di questo tipo della loro point guard, il vero problema di LeBron e compagnia resta “unicamente” (volendo usare un eufemismo) quello di superare i grandi ostacoli psicologici che ne hanno sinora impedito la crescita in quanto gruppo, minando l’armonia e l’equilibrio vincente che, ad esempio, costituisce la grande forza di Golden State. Chissà che Lue, in realtà, non possa rivelare quella personalità, da ora fino a Giugno, adatta a toccare le giuste corde motivazionali nei Big Three in primis e in un supporting cast chiamato, con buone ragioni, a fare la differenza.

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INDIANA PACERS (28-25). I ragazzi di coach Vogel sono finalmente riusciti, vincendone cinque nelle ultime otto gare, a porre fine alla terribile striscia negativa che ne aveva caratterizzato tutto il mese di gennaio, riportandosi così su una linea di galleggiamento meno pericolosa, ma nemmeno troppo esaltante. Nel complesso, infatti, i Pacers continuano a mostrare limiti gestionali evidenti, dal momento che tutte le sconfitte non sono quasi mai segnate da prestazioni completamente negative. Basti pensare alle partite contro Cleveland e Hawks, perse rispettivamente di 5 e 6 punti, la prima addirittura all’overtime. Il talento a disposizione di Indiana è senza dubbio notevole, ma non può e non deve essere l’unico elemento che possa permettere di risolvere l’incontro a proprio favore (come avvenuto nelle vittorie casalinghe con i Nuggets e ancora contro gli Hawks).

George Hill: i Pacers hanno bisogno dei suoi punti.

George Hill: i Pacers hanno bisogno dei suoi punti.

Le buone notizie continuano ad arrivare da Myles Turner (10 punti e 5 rimbalzi di media finora, nonostante l’avvio di stagione passato ai margini delle rotazioni), sempre più integrato e importante nelle alchimie di una squadra senza lunghi di peso, e “iniziano” a giungere anche da George Hill, sempre vittima della cronica incostanza che lo contraddistingue, ma capace di sfornare alcune prestazioni di sostanza (23 contro i Cavs, 18 contro Atlanta e 17 contro i Pistons). Le brutte notizie, invece, sono sempre lì dietro l’angolo, e risiedono nella necessità, per una squadra dal potenziale così grande, di sviluppare un “killer instinct” ad oggi ancora lontano anni luce.

CHICAGO BULLS (27-25). La pausa per l’All Star Game è la boccata di ossigeno migliore che i Bulls potessero ricevere in questa fase della stagione, in cui i ragazzi di coach Hoiberg stanno vivendo il momento più buio dall’inizio della Regular Season. Terribile infatti il bilancio del viaggio a Ovest delle due settimane appena trascorse: sette sconfitte in otto gare, un crollo verticale dalla seconda alla settima piazza nella Eastern Conference (a due sconfitte di distanza dalla nona in classifica, i Pistons), ma soprattutto un’infermeria che brulica di giocatori importanti, Jimmy Butler in primis. L’uomo da Marquette University, infatti, è vittima di una fastidiosa distorsione al ginocchio e, oltre a saltare la partita delle stelle, resterà fuori dal parquet per almeno tre/quattro settimane. Una notizia a dir poco tremenda per Chicago, già costretta a fare a meno di Mirotic (alle prese con la rimozione di un ematoma e senza certezze sulla data del suo rientro) e Noah (stagione finita), oltre che sempre con il fiato sospeso per le condizioni di Derrick Rose (seppur positivo in diverse occasioni e in grado di viaggiare vicino ai 20 di media a partita nelle ultime settimane). Se quindi da un lato la mancanza di quella mentalità “guerriera” tanto invocata da Taj Gibson è un punto su cui riflettere in casa Bulls, dall’altro il nemico numero uno si chiama “sfortuna“, che ad oggi sembra non avere la minima intenzione di abbandonare la franchigia dell’Illinois.

DETROIT PISTONS (27-27). Dopo tanta attesa, finalmente Detroit ha acciuffato un record netto del 50% di vittorie. Ironia a parte, non può assolutamente essere considerato un motivo di vanto per la banda di Van Gundy, che aveva cominciato a stupire iniziando il 2016 oltre ogni aspettativa. Invece, sul più bello ecco un filotto negativo (sei sconfitte nelle ultime otto) figlio di un calendario senza dubbio difficile (Cleveland, Indiana, Boston e due volte Toronto in poco più di dieci giorni) che ha però avuto l’effetto di disilludere chi, forse troppo ottimisticamente, aveva pensato a un assestamento verso l’alto della classifica da parte degli altalenanti Pistons. Ormai è chiaro: Detroit difficilmente uscirà dal limbo della zona di metà classifica, territorio in cui ora a darsi battaglia sono Charlotte, Washington e, contro ogni attesa Chicago. Per approdare alla post-season, la differenza come al solito la farà chi, tra queste contender saprà essere più costante. Dal canto loro, Jackson e Drummond dovranno necessariamente caricarsi i Pistons sulle spalle, ancor più di quanto fatto finora, mentre il resto del gruppo dovrà sapersi compattare come già ha dimostrato di poter fare. Nei giorni del ritiro della mitica maglia N°1 di Chauncey Billups, ad Auburn Hills serpeggia ancor più la nostalgia dei successi passati, e chissà che raggiungere l’obiettivo minimo di stagione non possa riportare un clima più sereno nell’ambiziosa città del Michigan.

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MILWAUKEE BUCKS (22-32). Coach Jason Kidd è stato chiaro: non avverrà nessuno scambio di mercato prima della Trade Deadline, la squadra resterà questa fino alla fine della regular season. Al di là di quella che sarà poi la realtà dei fatti, ci sembra una scelta più che intelligente da parte della dirigenza dei Bucks. Ormai la stagione è andata, con tanti rammarichi e con la sensazione che, probabilmente, le troppe aspettative possano aver creato non pochi problemi a un roster infarcito di giovani di talento, ma comunque ancora con tanta inesperienza. Ecco che allora, provare a sperimentare tante soluzioni differenti (come ha fatto Kidd nelle ultime uscite cambiando spesso i quintetti iniziali), ma soprattutto cementare un gruppo che ha il futuro dalla sua parte, dimostra come Milwaukee stia perseverando in una saggia programmazione a lungo termine. Nel frattempo, nonostante le sconfitte, meglio godersi lo spettacolo messo in campo da un a tratti incontenibile Antetokoumpo (la prestazione da 28 punti nella sconfitta contro Miami è stata di pura onnipotenza), da un sempre più concreto Middleton e da un Greg Monroe capace di metterne a referto 29 uscendo dalla panchina nella vittoria contro i Celtics.

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